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Bronzi di Riace


Sono due statue di bronzo di provenienza greca o magnogreca o siceliota, databili al V secolo a.C. pervenute in eccezionale stato di conservazione.
Le due statue – rinvenute il 16 agosto 1972 nei pressi di Riace Marina, in provincia di Reggio Calabria – sono considerate tra i capolavori scultorei più significativi dell'arte greca, e tra le testimonianze dirette dei grandi maestri scultori dell'età classica. Le ipotesi sulla provenienza e sugli autori delle statue sono diverse, ma non esistono ancora elementi che permettano di attribuire con certezza le opere ad uno specifico scultore.
I Bronzi si trovano al Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, luogo in cui sono stati riportati il 12 dicembre 2013, dopo la rimozione e il soggiorno per tre anni (con annessi lavori di restauro) presso Palazzo Campanella, sede del Consiglio Regionale della Calabria a causa dei lavori di ristrutturazione dello stesso museo. I Bronzi sono diventati uno dei simboli della città stessa.

Il 16 agosto 1972 Stefano Mariottini (un giovane sub dilettante romano) si immerse nel Mar Ionio a 230 metri dalle coste di Riace Marina e rinvenne a 8 metri di profondità le statue dei due guerrieri che sarebbero diventate famose come i Bronzi di Riace. L'attenzione del subacqueo fu attratta dal braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata statua A, unico elemento che emergeva dalla sabbia del fondo. Per sollevare e recuperare i due capolavori, i Carabinieri del nucleo sommozzatori utilizzarono un pallone gonfiato con l'aria delle bombole. Il 21 agosto fu recuperata la statua B, mentre il giorno successivo toccò alla statua A (che ricadde al fondo una volta prima d'essere portata al sicuro sulla spiaggia).
È pubblicata la denuncia ufficiale depositata il 17 agosto 1972 con Protocollo n. 2232, presso la Soprintendenza alle antichità della Calabria a Reggio, in cui Stefano Mariottini: «… dichiara di aver trovato il giorno 16 c.m. durante una immersione subacquea a scopo di pesca, in località Riace, Km 130 circa sulla SS Nazionale ionica, alla distanza di circa 300 metri dal litorale ed alla profondità di 10 metri circa, un gruppo di statue, presumibilmente di bronzo. Le due emergenti rappresentano delle figure maschili nude, l'una adagiata sul dorso, con viso ricoperto di barba fluente, a riccioli, a braccia aperte e con una gamba sopravanzanta rispetto all'altra. L'altra statua risulta coricata su di un fianco con una gamba ripiegata e presenta sul braccio sinistro uno scudo. Le statue sono di colore bruno scuro salvo alcune parti più chiare, si conservano perfettamente, modellato pulito, privo di incrostazioni evidenti. Le dimensioni sono all'incirca di 180 cm.».
Sul lato sinistro di questa denuncia ufficiale, tutta battuta a macchina, è un appunto scritto a mano, di colore rosso, a firma G. Foti (soprintendente scomparso poco prima dell'arrivo dei Bronzi a Reggio di Calabria): «La presente segnalazione fa seguito alla comunicazione telefonica del 16 agosto 1972, ricevuta alle ore 21 che denunziava la scoperta.».
Durante i primi interventi di pulitura dalle concrezioni marine (eseguiti dai restauratori del Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria), apparve evidente la straordinaria fattura delle due statue. Fu confermata infatti la prima ipotesi secondo cui i bronzi dovevano essere autentici esemplari dell'arte greca del V secolo a.C., venuti ad affiancare quindi le pochissime statue in bronzo che sono giunte fino a noi complete, come quelle conservate in Grecia: l'Auriga di Delfi e il Cronide di Capo Artemisio al Museo Archeologico Nazionale di Atene.
Divenuti ormai tra i simboli della città di Reggio Calabria, i Bronzi di Riace sono custoditi al Museo nazionale della Magna Grecia.
A Reggio l'équipe di tecnici lavorò alla pulitura delle due statue fino al gennaio 1975, quando la Soprintendenza reggina ebbe la certezza che sarebbe stato impossibile eseguire un completo e valido restauro delle statue utilizzando solo i limitati strumenti che erano a disposizione del proprio laboratorio. Fu allora che si decise di trasferirle al più attrezzato Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana, costituito dopo l'alluvione del 1966.
Oltre alla pulizia totale delle superfici eseguita con strumenti progettati appositamente, a Firenze le statue furono sottoposte ad analisi radiografiche, necessarie per conoscerne la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore del metallo. Le indagini portarono ad un primo esito sorprendente: il braccio destro della statua B e l'avambraccio sinistro su cui era saldato lo scudo risultarono di una fusione diversa dal resto della statua, furono infatti saldati in epoca successiva alla realizzazione della statua in sostituzione delle braccia originali probabilmente per rimediare ad un danneggiamento sopravvenuto quando la statua era già in esposizione. Durante la meticolosa pulizia si scoprirono alcuni particolari per i quali era stato usato materiale differente dal bronzo: argento per i denti della statua A e per le ciglia d'entrambe le statue, avorio e calcare per le sclere, rame per le labbra e le areole dei capezzoli di entrambe le statue. Le operazioni di restauro - che durarono cinque anni - si conclusero il 15 dicembre 1980 con l'inaugurazione di un'esposizione per sei mesi delle due statue sul grande palcoscenico del turismo fiorentino, presso il Museo Archeologico di Firenze come pubblico omaggio all'impegno tecnico e al lavoro lì svolto. Fu proprio quest'esposizione fiorentina, seguita da quella successiva di Roma, a fare da primo detonatore per il non più tramontato clamoroso entusiasmo nazionale ed internazionale per i due Bronzi trovati a Riace.
Francobolli delle Poste Italiane raffiguranti i Bronzi di Riace
Pur essendo stato fatto durante il restauro fiorentino un trattamento conservativo, nei primi anni novanta comparvero numerosi fenomeni di degrado, che hanno fatto propendere per lo svuotamento totale del materiale anticamente servito per modellare le figure (la cosiddetta "terra di fusione") e parzialmente lasciato dai restauratori fiorentini all'interno delle due statue. In questa occasione l'intervento di contrasto alla formazione di ossidi rameosi è stato realizzato con il benzotriazolo.
Così nel 1995, terminata la pulizia interna e dopo aver subito un trattamento anticorrosione, i due Bronzi sono stati nuovamente collocati nella grande sala del museo reggino, tenuta a clima controllato con l'umidità al 40-50% e la temperatura compresa tra i 21 e i 23 °C.
Nel 2009, i Bronzi di Riace sono stati trasportati al Palazzo Campanella, il palazzo della regione, dove era stato allestito un laboratorio aperto al pubblico. Restauratori esperti, coordinati da Paola Donati e Nuccio Schepis, dell'Istituto superiore per la Conservazione e il Restauro, iniziarono i lavori di restauro delle due statue raffiguranti antichi guerrieri che sono stati completati nel 2011
Si sono potuti osservare i chiodi, di cui alcuni a sezione quadrata, utilizzati dagli artisti per mantenere ferma la struttura durante la fusione. Le gammagrafie effettuate mettono in evidenza le cricche e le fratture dei due bronzi, in particolare sul naso e sulla la barba del Giovane e dimostrano le fragilità di queste opere. Si conosce anche la percentuale esatta della lega utilizzata per la realizzazione delle due statue. Ma la vera novità consiste nell'individuazione delle tecniche usate per la realizzazione degli occhi e delle bocche delle due statue che sono state osservate per la prima volta dopo l'eliminazione delle terre di fusione all'interno delle teste con l'utilizzo di strumentazioni endoscopiche. Inoltre sono stati individuati analiticamente i materiali costitutivi usati per la realizzazione degli stessi elementi anatomici. Al termine del restauro, all'interno è stato usato un prodotto chimico che le preserverà dalla corrosione.
Inoltre, vengono create delle nuove basi antisismiche, realizzate in marmo di Carrara, che assicurano il massimo isolamento delle statue nei confronti delle sollecitazioni dei terremoti nelle direzioni orizzontali e verticale. Per ciascuna statua è stata realizzata una base costituita da due blocchi di marmo sovrapposti; su entrambe le superfici interne dei due blocchi sono state scavate - in modo speculare - quattro calotte concave, nel mezzo delle quali sono collocate quattro sfere, anch'esse di marmo. Le calotte concave e le sfere di marmo svolgono la funzione antisismica, e la loro dimensione viene definita in fase di progettazione in rapporto al grado di protezione sismica necessaria. Tra i due blocchi sono installati anche elementi dissipativi in acciaio inox per l'isolamento sismico da oscillazioni nella direzione verticale. La realizzazione delle basi in marmo si presta come la più compatibile con il bronzo delle statue, ed i dispositivi installati richiedono una manutenzione minima. In presenza di un terremoto sarà la parte sottostante della base a subire l'azione sismica, e si potrà muovere con il terreno senza trasmettere alla parte superiore le sollecitazioni, in quanto completamente assorbite dal movimento delle sfere all'interno delle cavità ricavate nel marmo. Il movimento delle sfere rende il sistema di protezione poco rigido e con un attrito molto ridotto, caratteristiche che minimizzano o rendono quasi nulle le sollecitazioni. Il sistema è particolarmente adatto per le statue sviluppate in verticale, come i Bronzi di Riace, o il David di Michelangelo, che hanno una base di appoggio molto ridotta e che quindi presentano nelle gambe il loro punto di maggiore vulnerabilità anche alle minime oscillazioni, che ne possono compromettere l'integrità strutturale e causare il ribaltamento[5].
Nel dicembre del 2013, i Bronzi sono finalmente tornati nel museo di Reggio, esposti in un'apposita stanza completamente asettica, alla quale possono accedere poche persone per volta dopo essere passate da una stanza con un filtro per i germi.
Ipotesi sulla datazione, sulla provenienza e sugli artefici
I due bronzi sono quasi certamente opere originali dell'arte greca del V secolo a.C., e dal momento del ritrovamento hanno stimolato gli studiosi alla ricerca dell'identità dei personaggi e degli scultori. Ancora oggi non è stata raggiunta unanimità per quanto riguarda la datazione, la provenienza e tanto meno gli artefici delle due sculture.
Tra chi sostiene che si tratti di opere realizzate in tempi diversi qualcuno afferma che la parte superiore della statua A appare alquanto statica, ricordando alcuni modi dello Stile severo della prima metà del V secolo a.C., mentre la statua B, con la sua esatta e naturale presenza nello spazio, sarebbe dimostrazione di quel superamento di rigidezza nella figura, che la scultura greca incominciò a presentare solo nel corso della seconda parte del V secolo a.C.; ciò ha portato a ipotizzare che la statua A potesse essere opera di Fidia o della sua cerchia, realizzata intorno al 460 a.C. e che la statua B fosse da collegare a Policleto, nella torsione del busto e nella posizione di riposo della gamba sinistra, realizzata perciò alcuni decenni dopo, verso il 430 a.C. Nella ricerca degli scultori, sono stati fatti anche i nomi d'altri famosi bronzisti dell'antichità, fra i quali Pitagora di Reggio, attivo dal 490al 440 a.C., scultore di molte statue ricordate in Grecia e Magna Grecia, che fu capace per primo di rappresentare minutamente sia i capelli che altri particolari anatomici, come ad esempio le vene.
Insieme alle congetture sui possibili scultori, si sono formulate ipotesi che riguardano da una parte l'identità dei due personaggi raffigurati, dall'altra le località del mondo di cultura greca che aveva ospitato le opere. Per quanto concerne l'identità dei soggetti, certamente ci troviamo di fronte a raffigurazioni di divinità o eroi, perché la realizzazione di statue del genere era sempre dovuta alla committenza di una città o di una comunità che intendeva celebrare i propri Dei o eroi, impegnando un artista, per oltre un anno di lavorazione per ogni statua, e in più, mettendogli a disposizione un materiale, il bronzo, molto costoso. Fino ad oggi, le ipotesi fatte sull'identità dei personaggi, citando divinità ed eroi dell'antica comunità greca, non essendo sostenute da indizi reali, non hanno potuto risolvere gli interrogativi posti dai due Bronzi.
Riguardo alle località che anticamente possono aver ospitato le statue (al di là dell'ipotizzata provenienza da Reggio stessa, Locri Epizefiri, Olimpia o Atene), si è seguito l'indizio reale costituito dai tenoni ancora presenti, al momento del ritrovamento, sotto i piedi dei due Bronzi – usati originariamente per ancorarli a basi di pietra. I calchi dei tenoni, seguendo una delle ipotesi più affascinanti, sono stati trovati nei Donari del Santuario di Apollo a Delfi, dove però non hanno trovato collocazione giusta in nessuna base di monumento ancor oggi esistente, facendo restare non dimostrata anche l'ipotesi della provenienza di almeno una delle due statue dal complesso degli ex voto che, ai lati della Via Sacra del Santuario, comprendeva al tempo un centinaio di statue d'eroi della comunità greca.
Come l'attribuzione dello scultore e l'identificazione delle due statue, è ancora incerta la località di partenza del viaggio di queste statue, perché la nave che li trasportava si trovava lungo una rotta marittima normalmente seguita tra Grecia, Magna Grecia e Italia tirrenica (e viceversa); naturalmente non si hanno poi indicazioni sulla destinazione del trasporto.
Qualcosa si può dire in merito alla presenza delle due statue su una nave che fece naufragio, o che si liberò del peso delle due statue per non affondare, in quel tratto della costa calabra. Infatti le due statue sono praticamente integre (non in pezzi com'erano invece quelle, avviate alla fusione, della nave della Testa del Filosofo), ed hanno ambedue i tenoni in piombo alla base dei piedi che indicano come fossero state in precedenza fissate su basamenti, quindi esposte in pubblico; prendendo in considerazione tutto questo si può verosimilmente pensare che la nave facesse un trasporto per traffico antiquario di statue che non erano più riconosciute come simboli ma considerate solo come opere d'arte. Come conseguenza di questa ipotesi del commercio antiquario, si può anche ipotizzare l'arco di tempo nel quale avvenne il trasporto e l'affondamento delle due statue: tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., quindi durante il periodo in cui fu forte l'innamoramento romano per la cultura greca.
Descrizione e stile
I Bronzi di Riace presentano una notevole elasticità muscolare essendo raffigurati nella posizione definita a chiasmo. In particolare il bronzo A appare più nervoso e vitale, mentre il bronzo B sembra più calmo e rilassato. Le statue trasmettono una notevole sensazione di potenza, dovuta soprattutto allo scatto delle braccia che si distanziano con vigore dal corpo. Il braccio piegato sicuramente sorreggeva uno scudo, l'altra mano certamente impugnava un'arma. Il bronzo B ha la testa modellata in modo strano, appare piccola perché consentiva la collocazione di un elmo corinzio. Il braccio destro e l'avambraccio sinistro della statua B hanno subito un'altra fusione, probabilmente per un intervento di restauro antico.
Lo studio dei materiali e della tecnica di fusione rivela comunque una certa differenza tra le due statue, che secondo alcuni potrebbero essere attribuite ad artisti differenti o realizzate in epoche distinte oppure da uno stesso artista in luoghi differenti.
A seguito del restauro terminato il 14 Giugno 1995, il materiale interno ai Bronzi ha rivelato la tecnica usata per realizzare la forma delle due statue. Si è appreso che, intorno al simulacro iniziale, il modello finale (prima del perfezionamento nei dettagli con la cera), fu realizzato sovrapponendo varie centinaia di strisce d'argilla, rese facili da manipolare perché vi erano stati mescolati peli d'animali. Era questo un modo di lavoro particolarmente difficile e lento, che però alla fine riusciva a far crescere nel modo voluto le masse del corpo e dei muscoli, come dimostrano le stratificazioni concentriche dell'argilla trovata nelle gambe e nel torace dei due Bronzi. Il materiale, argilla costituita da prodotti di disgregazione di rocce calcaree, recuperato dall'interno delle statue durante l'ultimo restauro (quasi 60 kg per statua), per la prima volta è stato conservato per restare a futura disposizione per approfondimenti tecnici.
Prime ipotesi (1979-1992)
Guerriero A, probabilmente Tideo o Polinice.
Guerriero B, probabilmente Anfiarao o Eteocle.
Tra il 1979 e il 1982 W. Fuchs ipotizzò che le due statue appartenessero al donario degli Ateniesi a Delfi, e che fossero opera di Fidia. Con questa opinione concordano Alberto Busignani, Antonio Giuliano e Maurizio Harari. Le opere sarebbero state realizzate verso la metà del V secolo a.C.
Nel 1982 Carlo Odo Pavese lanciò l'ipotesi che le statue ritraessero due oplitodromi, e che fossero opera di due distinti artisti attici. 470-460 a.C. per il bronzo A, 430 a.C. per il bronzo B.
Hans Peter Isler, nel 1983 e Paolo Enrico Arias nel 1984 pensarono a due eroi ateniesi, opera di Fidia il bronzo A, verso il 460-450 a.C. e della sua scuola il bronzo B, realizzato un trentennio dopo.
Ipotesi di Rolley
Nello stesso 1983 Claude Rolley, professore emerito dell'Università di Bourgogne e tra i massimi studiosi di statue bronzee, sostiene che il bronzo A rappresenterebbe un eroe eponimo attico, scolpito da un artista ateniese verso il 460 a.C.; mentre il bronzo B sarebbe un altro eroe eponimo attico, scultura di provenienza della scuola fidiaca, con una datazione al 430 a.C. La ricostruzione offerta dal Rolley è differente dalle precedenti, poiché la statua A sarebbe stata realizzata senza l'elmo, data la presenza di un perno tagliato e ribattuto per sostenere forse una protezione della testa dagli escrementi degli uccelli, e la fascia all'altezza delle tempie avrebbe invece il significato iconografico di un diadema, simbolo di un re attico.
Ma l'ipotesi di un "meniskos" non sembra reggere alla prova dei fatti, essendo chiaro che un perno usato per sostenere l'elmo corinzio si sia rotto e sia stato sostituito da un altro più robusto, rinvenuto in effetti al centro della testa. Riguardo al diadema poi, i segni sulla testa mostrano la presenza di un elmo che copriva quasi totalmente la fascia, negando dunque anche questa ipotesi. Inoltre le due fasce pendenti di cui sono dotati i diademi in tutte le loro rappresentazioni non sono presenti nella statua A, dove invece la fascia sembra essere la protezione tra la testa e l'elmo del personaggio
Ipotesi di Paribeni[modifica | modifica wikitesto]
Affermando con chiarezza che il Bronzo A non sia di fattura attica, Enrico Paribeni indaga nella tanto celebrata scultura magnogreca, di cui però oggi non rimane molto. Considerando dunque con maggiore attenzione il luogo del rinvenimento (nella Locride reggina) e respingendo l'ipotesi di un possibile abbandono del carico da parte di una nave di passaggio, Paribeni ritiene che il Bronzo A rappresenti un eroe, forse Aiace Oileo, scolpito da un artista peloponnesiaco tra il 460 e il 450 a.C.; mentre il Bronzo B uno stratego, scolpito da un artista dell'ambito attico tra il 410 e il 400 a.C. La supposizione che la statua A raffiguri Aiace Oileo avrebbe come unica prova quella di essere "eroe nazionale" dei Locresi Ozoli della Grecia, i quali potrebbero essere tra i fondatori della Locri nella provincia reggina. Inoltre Paribeni si accosta ad altri che individuano tra le due statue un'ampia distanza cronologica, ritenendo il Bronzo A di stile severo ed il Bronzo B di stile classico maturo.
Ma se tale considerazione deriva dalla conoscenza che si ha della storia della scultura in ambito ateniese, non si può dire lo stesso di quella occidentale, dato che opere di scuole artistiche differenti da quella attica (peloponnesiaca, magnogreca e siceliota) hanno avuto un'evoluzione abbastanza differente. Inoltre riguardo alla statua B Paribeni non ha un'ipotesi chiara, tant'è che incorre in errore supponendo che essa possa aver impugnato una spada con la mano destra, contrariamente a quanto è stato accertato, cioè che la statua portava una lancia.
Ipotesi di Di Vita[modifica | modifica wikitesto]
Vaso greco raffigurante una corsa di oplitodromi
L'archeologo italiano Antonino Di Vita avanza una originale ipotesi ritenendo che i due bronzi raffigurino degli atleti vincitori nella specialità della corsa oplitica (corsa con le armi); la statua A sarebbe opera di un artista attico, forse Mirone, datata al 460 a.C., mentre la statua B di un altro artista attico, eseguita intorno al 430 a.C. L'ipotesi di Di Vita è legata alla ricostruzione di elementi mancanti nelle due statue, che lo studioso sostiene aver individuato nella presenza ipotetica del simbolo di una vittoria olimpica (ad es. un ramo d'ulivo o d'alloro) tenuto nelle mani destre dei bronzi, e nella presenza di un elmo calcidese sulla testa della statua A.
Ma i successivi studi hanno in effetti dimostrato che le statue reggevano delle lance, cosa che smentisce in maniera definitiva le ipotesi che vedono i bronzi come la raffigurazione di due atleti. Inoltre la ricostruzione presentata dallo studioso riguardo all'elmo della statua A è incompatibile con i segni presenti sulla testa, che mostrano invece la presenza di un elmo corinzio.
Ipotesi di Dontàs
L'archeologo greco Geòrghios Dontàs si accosta invece agli studiosi che - probabilmente per l'eredità culturale degli ultimi secoli intrisa di neoclassicismo - respingono la possibilità che si tratti di due opere realizzate nell'occidente greco, dando per scontato che si tratti di opere attiche, ed in particolare ateniesi. Secondo lo studioso il bronzo A rappresenterebbe un eroe eponimo ateniese, scolpito da Mirone e collocato nell'agorà di Atene; mentre il bronzo B raffigurerebbe un altro degli eroi eponimi di Atene, opera dello scultore attico Alkamenes; le due opere sarebbero dunque state scolpite entrambe verso il 450 a.C.
Ma oltre ad una poco attenta visione ellenocentrica, che respinge la scultura magnogreca e siceliota con una semplice generica affermazione, i confronti proposti dall'archeologo con alcune copie romane di opere greche, quali la testa di Zeus (copia di un'opera di Mirone), la testa di Hermes Propylaios (copia di un'opera di Alkamenes), appaiono abbastanza lontani dai due Bronzi da Riace, la cui perfezione nella resa dei capelli e della barba risulta chiaramente opera di una scuola totalmente differente. Inoltre gli indizi riguardo a una possibile collocazione ateniese delle due statue si sono dimostrati del tutto inconsistenti, anche nel caso di ipotesi che vedevano una collocazione ad Olimpia nel donario degli Achei, o l'ipotesi - molto in voga alla fine degli anni ottanta - di un'attribuzione addirittura a Fidia per il donario degli Ateniesi a Delfi, che sono state progressivamente abbandonate dagli studiosi.

fonte wikipedia
  
      
  
   
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